domenica 13 marzo 2016

SCOTT JOPLIN



 SCOTT JOPLIN

Vi invio un link di grandissimo interesse “Il meglio di Scott Joplin” che,  come tutte e tutti ormai sapete, è stato un grandissimo compositore afroamericano vissuto  in America fra la fine del 1800 e gli inizi del 1900. Nel link ascolterete parecchi brani di questo talentuosissimo musicista. Contemporaneamente vi prego di osservare con estrema attenzione le immagini delle copertine degli spartiti che via via vi scorreranno sul link.

Vi accorgerete che, mentre sulle copertine dove sono raffigurati i bianchi, essi sono fotografati con la loro fisionomia, quando invece sono raffigurati gli afroamericani, vi balzerà agli occhi come i civilissimi e cattolicissimi bianchi di merda hanno raffigurato gli americani di origine africana usando bruttissime e ridicole caricature degli africani e delle africane che sono raffigurati in maniera grottesca e pacchiana, spesso vestendoli da clown. C’è anche qualche disegno di bianche e di bianchi, ma molto stilizzati e per nulla ridicoli, vedi i due che ballano il charleston.

Questi clown, questi pagliacci dalla pelle nera, guarda guarda  hanno regalato all’umanità una grande musica. Scott Joplin è stato uno dei primissimi musicisti afroamericano e ha inventato un genere musicale dalla “forma” inconfondibile così come è inconfondibile la “forma” della musica di Bach. Detto con altre parole, così come Bach aveva la sua forma, Scott Joplin aveva la sua, una serie di giri armonici della lunghezza di sedici misure, si poteva continuare all’infinito.   

I cattolicissimi e civilissimi uomini bianchi, provenienti dall’Europa, si erano distinti in America per lo spaventoso genocidio della grande nazione indiana e poi per aver deportato e stuprato più o meno una dozzina di milioni di varie etnie africane. Etnie nelle quali è nata la nuova musica, mentre quei grandissimi figli di puttana di civilissimi e cattolicissimi bianchi erano e sono ancora capaci di costruire la Fratellanza Ariana e il Ku Klux Klan.

Meditate moltissimo su tutto ciò, mie carissime amiche e  miei carissimi amici. Non lamentiamoci poi se qualche africano contemporaneo comincia ad essere seriamente incazzato con noi bianchi. Ci sono un paio di fotografie di Scott Joplin, osservate che bel tipo di persona, che grande dignità. La foto è circa del 1895.


Nel link qui sotto assisterete ad una scena di un film su Scott Joplin girato negli anni settanta del secolo scorso. In una taverna rumorosa c’erano due pianoforti che erano suonati da due “duellanti” che suonavano contemporaneamente e si esibivano per mostrare la loro bravura. Ogni tanto quando i pianisti non avevano più niente da dire, il proprietario dell’osteria diceva loro di smettere. Ad un certo punto subentra il giovane Scott Joplin che incanta tutti, ed ha anche la fortuna di essere ascoltato da un editore bianco dal buon fiuto che immediatamente lo coopta. È un film parecchio interessante e ben girato. Un’ultima annotazione: i due ragazzini  che ballano in fine link sono straordinari.

https://youtu.be/NOi9K7yZ6QA
Anni ’70 / Scott Joplin Movie Dueling Piano Competition Scene

Se poi volete saperne di più su quei “gentiluomini” del Ku Klux Klan date un occhiatina a questo altro link. franz falanga

sabato 12 marzo 2016

UN EPISODIO DELLA STORIA DEL JAZZ



UN PO’ DI STORIA DEL JAZZ
https://www.youtube.com/watch?v=ZgeF3wS0xTI


Kind of Blue was recorded in two sessions at Columbia Records' 30th Street Studio in New York City, on March 2 for the tracks "So What", "Freddie Freeloader", and "Blue in Green", composing side one of the original LP, and April 22 for the tracks "All Blues", and "Flamenco Sketches", making up side two. Production was handled by Teo Macero, who had produced Davis's previous two LPs, and Irving Townsend.

Alto saxophonist Cannonball Adderley

Tenor saxophonist John Coltrane

Pianist Bill Evans

Pong-serving bassist Paul Chambers

Drummer Jimmy Cobb.

Kind of Blue isn't merely an artistic highlight for Miles Davis, it's an album that towers above its peers, a record generally considered as the definitive jazz album, a universally acknowledged standard of excellence. Why does Kind of Blue posses [sic] such a mystique? Perhaps because this music never flaunts its genius... It's the pinnacle of modal jazz — tonality and solos build from the overall key, not chord changes, giving the music a subtly shifting quality... It may be a stretch to say that if you don't like Kind of Blue, you don't like jazz — but it's hard to imagine it as anything other than a cornerstone of any jazz collection.[15]

—Stephen T. Erlewine

venerdì 11 marzo 2016

il,jazz, ah! il jazz !!!



IL JAZZ, AH IL JAZZ !!!

Altri link sulla musica jazz. Nei primi due vi prego di ascoltare lo “stesso” brano, Tempus Fugit, suonato negli anni cinquanta a distanza di quattro anni. Noterete la incredibile capacità di automutarsi della musica jazz. Il brano è splendido di suo e le esecuzioni, pur facendo un accortissimo uso dello stesso giro armonico sono totalmente diverse.

https://www.youtube.com/watch?v=yrO45Tzvhxg
1949 / Bud Powell / Tempus fugit

https://www.youtube.com/watch?v=XOgzChL7Lyc
1953 / Miles Davis / Tempus fugit 

Negli altri tre link, ascolterete, nei primi due link, le mie farneticazioni sul “ragtime” e tre brani eseguiti con il bengioista veneto Mauro Brunato. Nell’ultimo link potrete ascoltare me che suono in coppia con la giovanissima filosofa e pianista jazz Eleonora Del Grosso. Tenete a mente questo nome, diventerà una grandissima pianista jazz a livello europeo. Buon ascolto! franz falanga.

https://www.youtube.com/watch?v=C6U0voxmGBA
franz solo e il suo ragtime



 

martedì 8 marzo 2016

LE "MUTAZIONI" NBELLA MUSICA POPOLARE



LE “MUTAZIONI” NELLA MUSICA POPOLARE

Viene comunemente chiamata “musica leggera”, io preferisco chiamarla “musica popolare” nel senso che è un genere musicale conosciuto da tutti gli strati della società. Ci sono stati tre momenti nel 1900 in cui questa musica ha subito delle profondissime mutazioni. Vi invio tre esempi  due italiani e l’altro inglese / mondiale.

I primi due esempi dedicati alla musica italiana sono dedicati rispettivamente ad Alberto Rabagliati e a Renato Carosone. In ambedue i casi noterete le strettissime parentele con la musica jazz.

Nel primo link ascolterete Alberto Rabagliati cantante lombardo che si esibisce in una deliziosa canzonetta, prima della seconda guerra mondiale. Le amiche e gli amici jazzofili si accorgeranno immediatamente che questo brano è facilmente suonabile usando i canoni del jazz. 

https://www.youtube.com/watch?v=SkNyLAqiNlA
Alberto Rabagliati / ba.. ba.. baciami piccina

Nei prossimi due link ascolterete uno dei grandi rivoluzionari della musica popolare italiana  degli anni cinquanta, Renato Carosone. Noterete le strettissime parentele con il jazz, specialmente nel secondo link, “Pianofortissimo”, suonato da Carosone all’età di settantacinque anni. Secondo me Carosone sarebbe piaciuto moltissimo a Gioacchino Rossini.

https://www.youtube.com/watch?v=BqlJwMFtMCs
1958 Renato Carosone / Tu vuò fa l’americano / oltre 13 milioni di visitatori su Youtube

https://www.youtube.com/watch?v=3-Xzjmaej7M
Renato Carosone 75 anni / Pianofortissimo

Nell’ultimo link ascolterete She Loves You suonato nel 1963 da giovanissimi Beatles. Credo che sarebbero piaciuti infinitamente a Bach.

https://www.youtube.com/watch?v=QoF-7VMMihA
1963 The Beatles / She Loves You / Quasi 13 milioni di visitatori su Youtube

 Buon ascolto da franz falanga

 

domenica 6 marzo 2016

AH! LA MUSICA PER PIANOFORTE!!!


 

Ascoltatevi questi tre momenti musicali di grandissimo interesse oltre che per la loro perfetta struttura musicale, anche per la loro impressionante difficoltà. Nel terzo link dove assisterete all’epico duello musicale fra il pianista del Virginia e Jelly Roll Morton grandissimo filibustiere ma inventore insieme ad altri pochi della musica Jazz, noterete che Jelly Roll Morton si era fatto incastonare nei denti anteriori un brillante. Questi tre brani sono emblematici a dimostrazione che non è importante quello che si suona, ma”come” si suona. Concetto che funziona egualmente ed egregiamente nelle altre forme d’arte, o, meglio, nella  creatività. Della creatività parleremo nei prossimi giorni. franz falanga   

https://youtu.be/MOOfoW5_2iE Rachmaninoff  / Piano Concerto # 3 1982 / Martha Argerich

https://youtu.be/NTJhHn-TuDY  1964 – Oscar Peterson – C Jam Blues


https://www.youtube.com/watch?v=uWlBCoy2wh8
Alessandro Baricco
LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO

sabato 5 marzo 2016

EVOLUZIONE NEL JAZZ



Eccovi qui due esempi straordinari di evoluzione  nella musica jazz. Nel primo esempio ascolterete uno dei primissimi gruppi Dixieland degli inizi del novecento. Nel secondo esempio, saranno passati una cinquantina di anni, ascoltate a che livelli straordinari  sia arrivata la musica jazz. Ascoltatevi questo lungo assolo alla batteria di Buddy Rych che ormai appartiene alla storia dell’umanità. La cosa più esaltante di questo assolo, oltre la mostruosa bravura dell’esecuzione è il fatto che nei tre o quattro minuti dell’assolo, Buddy Rych ci racconta una incredibile storia usando soltanto il ritmo. Per poterli comodamente ascoltare andate su Youtube e digitate le due diciture che troverete più sotto, in fine post. Buon ascolto! franz falanga

Dixieland by Buddy Bolden

 

Impossible solo di Buddy Rych

 

 
                           

venerdì 26 febbraio 2016

SCUOLA DI SCRITTURA _CAPA’LLASCIO’CUA_


SCUOLA DI SCRITTURA _CAPA’LLASCIO’CUA_

Funziona così: comincerò con il proporvi  un titolo e voi dovrete scrivere una novella un racconto, per esempio anche una pagina A4. Va benissimo anche una paginetta, o mille pagine, la quantità non ci interessa, Meglio siamo meglio è. Per gli altri creativi non scrittori va bene anche un disegno, una fotografia, un brano musicale, un  breve filmato sempre sullo stesso argomento. Iniziamo con un brano comico, subito dopo andremo a visitare altri titoli e  categorie che vi proporrò.

Il primo titolo che vi propongo è: ”UNA SCIARPA GIALLA”.

Il brano dovrà essere eseguito in chiave comica.

Unica avvertenza: per quanto riguarda la punteggiatura nella scrittura, regolatevi come meglio credete, potrete anche scrivere senza mai usare punti di interpunzione. Questa regola è molto importante, perché l’esistenza o la non esistenza dei punti di interpunzione è importantissima quando il testo va letto / detto ad alta voce, interpretato, per esempio penso ad un evento teatrale.  
Ci proviamo? …Da cosa nasce cosa…

Istruzioni per l’uso: Le vostre storie, i racconti, le vostre considerazioni, NON devono essere inseriti nei commenti, ma inviati via e-mail al seguente indirizzo:


Una raccomandazione importante, MAI inviare una mail con “allegato” il vostro racconto. Per cortesia copiatelo direttamente sulla mail. Tutto questo per evitare un antipatico virus che gira in rete e che entra nei PC attraverso proprio gli allegati. Grazie per avermi letto e spero di ricevere vostre e-mail. Il blogger si riserva la possibilità di pubblicare sul blog “uarkitett” i lavori che riterrà più opportuni. Grazie per avermi letto e saluti a tutti!  franz falanga   

P.S. “tazzchicherettazz” è uno scioglilingua pugliese che significa null’altro che “tazze chicchere e tazze”.

giovedì 7 gennaio 2016

DIVERSITA'

        Uno spettro orrendo si aggira nella contemporaneità italiana. E’ la parola diversità che viene usata quasi sempre a sproposito e con oblique intenzioni che stanno riempiendo come le termiti le fondamenta del nostro vivere civile. Questa parola è stata utilizzata per la prima volta il momento in cui si è voluto dare un nome alle prime ondate di disperati che, provenienti da zone depresse della terra, iniziavano a sbarcare sulle coste italiane oltre che filtrare attraverso i valichi delle nostre frontiere. Questi disperati, questi profughi, questi derelitti, qualcuno direbbe la schiuma della terra, immediatamente entrarono a far parte della categoria degli altri da noi, noi bianchi, noi persone per bene, noi persone istruite, noi persone cattolicissime e timorate di Dio, noi persone moderate nei costumi, in altre parole noi arcicivilissimi occidentali dalla pelle chiara e dai capelli morbidi come la seta.

Questi disperati, questi profughi, questi derelitti, qualcuno direbbe la schiuma della terra, diversamente da noialtri, avevano, ed hanno per loro disgrazia, la pelle più scura della nostra, erano e sono sprovvisti di tutto, erano e sono sporchi, erano e sono affamati, spesso spezzoni di famiglie, non parlano l’italiano, inoltre capitava e capita che fra loro si trovassero e si trovino infiltrati anche dei malfattori, con problemi di giustizia nel proprio paese. In ogni caso difficilmente fra queste persone si sarebbero trovati, o si troverebbero, professori universitari e persone benestanti, sapendo benissimo noialtri che stiamo leggendo queste righe, che i benestanti e i professori universitari (!) della nostra cosiddetta civiltà occidentale hanno la pelle bianca, sono delle bravissime persone timorate di Dio, spargono bene e felicità intorno a loro ma soprattutto non farebbero del male a una mosca (!!!). Sono riveriti e onorati da chiunque dovesse trovarsi al loro cospetto.
      

Con il passare del tempo abbiamo cominciato a conoscere i luoghi di origine di queste persone che stavano entrando in Italia attraversando il mare e le frontiere a terra e contemporaneamente abbiamo iniziato a renderci conto che professavano, ahiloro, religioni diverse dalla nostra religione di stato, quella che cioè viene insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado, e cioè quella cattolica apostolica romana tanto per intenderci.

I luoghi di origine erano, ahiloro, localizzati al di fuori dei confini della Comunità europea, della civilissima  comunità europea. Per questa ragione furono chiamati extracomunitari. Ce n’era e ce n’è abbastanza per poterli subito definire diversi dai civilissimi e bianchi cittadini europei, nel nostro caso diversi dai civilissimi e bianchi cittadini italiani. Il meccanismo della catalogazione scattò con grande facilità e tutte queste persone provenienti da posti lontani, da culture diverse dalla nostra, da mentalità diverse dalla nostra, sono diventati, oplà, gli altri, quelli là, gli extracomunitari, i diversi da noialtri; qualcuno dei nostri connazionali, più rozzamente feroce e più rozzamente ignorante della media, li collocò in una nuova subcategoria sociale, quella dei vù cumprà.

Lo scenario era dunque fertile e pronto per poter permettere l’irrompere sulla scena nazionale e internazionale di quanti fino ad allora si erano silenziosamente fino ad allora auto confinati nei loro personalissimi recinti riservati esclusivamente, per loro espressa definizione e scelta, alle civilissime persone per bene, cattoliche, dalla pelle bianca e dai capelli morbidi come la seta. Era finalmente arrivato il momento in cui questi campioni della supremazia della civiltà occidentale, bianca e cattolica, iniziavano ad uscire dalle loro comode e ben arredate fogne, fino ad allora abitate in silenzio, per ricominciare a spargere veleni e a far danni peggiori di una guerra. La corsa verso l’inciviltà era cominciata.               



venerdì 31 luglio 2015

TEORIA COMPLETA DELLE INVARIANTI NELL'ARCHITETTURA


Ed ecco dunque l’elenco aggiornato, delle invarianti Zeviane e di quelle individuate da chi sta scrivendo queste note. con la fondata convinzione che quest’elenco possa essere ulteriormente allungato. Giova ricordare che le invarianti individuate da Bruno Zevi si ritrovano solo nell’architettura contemporanea mentre le invarianti individuate da franz falanga sono individuabili sia nell’architettura che parlava latino e greco, sia nel caso  dell’architettura  contemporanea. 

 

Prima invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: l’elenco delle funzioni edilizie in una villa di Edwin Lutyens costruita in Inghilterra (1902).

 

Seconda invariante zeviana del linguaggio moderno

dell’architettura: asimmetria e dissonanze nella casa del direttore del Bauhaus a Dessau, progettata da Walter Gropius nel 1925/26.

 

Terza invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: tridimensionalità antiprospettica nella casa Sternefeld a Berlino, progettata da Erich Mendelsohn nel periodo espressionista (1923).

 

Quarta invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: sintassi della scomposizione quadridimensionale nel disegno Filmmoment di Hans Richter, membro del gruppo De Stijl (1923).

 

Quinta invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: strutture in aggetto, gusci e membrane nelle tende plastiche del padiglione progettato da Frei Otto all’Expo di Montreal 1967.

 

Sesta invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: temporalità dello spazio nella spirale continua del Guggenheim Museum a New York progettato da F.L.Wright nel 1946-59.

 

Settima ed ultima invariante zeviana del linguaggio moderno dell’architettura: reintegrazione edificio-città-territorio nel Mummers Theater a Oklahoma City, progettato da John Johansen nel 1971.

 

Ottava invariante franz falanga del linguaggio dell’architettura indipendentemente dal periodo temporale: studiare come è stato risolto strutturalmente e/o formalmente, o come si può risolvere, il caso in cui due materiali diversi siano in contatto fra loro, avendo stessa direzione e verso differente.

 

Nona invariante franz falanga del linguaggio dell’architettura indipendentemente dal periodo temporale: studiare come è stato risolto strutturalmente e/o formalmente, o come si può risolvere, il caso in cui due materiali diversi siano in contatto fra loro, avendo due direzioni diverse e confluendo nello stesso punto.

 

Decima invariante franz falanga del linguaggio dell’architettura indipendentemente dal periodo temporale: studiare come è stato risolto strutturalmente e/o formalmente, o come si può risolvere, il caso in cui un unico materiale cambi direzione.

 

Undicesima invariante franz falanga del linguaggio dell’architettura indipendentemente dal periodo temporale: studiare come è stato risolto strutturalmente e/o formalmente, o come si può risolvere, il caso in cui un materiale termini.

 

Dodicesima invariante franz falanga del linguaggio dell’architettura indipendentemente dal periodo temporale: studiare come è stato risolto strutturalmente e/o formalmente, o come si può risolvere, il caso in cui dovesse terminare un materiale, iniziasse un vuoto e subito dopo ri-iniziasse quindi lo stesso materiale.

 

 

CONSIDERAZIONI

Se analizzassimo, ad esempio, la decima invariante, quella in cui un materiale cambia direzione, noteremmo subito, come dianzi ho detto,che ci troviamo in presenza della soluzione d'angolo. Come ci comporteremo noi o come si sono comportati gli altri progettisti, in qualsiasi epoca e in qualsiasi punto della terra, il momento in cui hanno dovuto far cambiare direzione allo stesso materiale? Si badi bene che questo momento esiste sia nel caso in cui è necessario far deviare dal proprio percorso una comunissima traccia di grafite ottenuta facendo scorrere sul foglio di carta un bastoncino di grafite a sezione quadrata, sia una normalissima matita, sia una pastiglia di grafite a sezione trapezoidale, sia nel caso in cui a doversi piegare (o voltare) è un muro in mattoni, o in tufi, o in granito, oppure un profilato a T, a U, a L, o un tubo a sezione circolare, o una serie di case a schiera che dovessero cambiare direzione, e così via di seguito.

 

Se invece prendiamo in considerazione l’ottava invariante, quella in cui dobbiamo mettere in contatto due materiali diversi noteremo, altrettanto immediatamente, che ci troviamo in presenza del complesso problema di rendere interfacciabili due materiali completamente diversi fra loro. Anche questo momento particolare è riscontrabile sia nel caso in cui il progettista sia un architetto, sia nel caso in cui si tratti di un

designer, un orafo, un sarto, un qualsivoglia creativo. Esaminando con attenzione le soluzioni individuate, per esempio l’unione di vetro e calcestruzzo, oppure l’unione di legno e pietra, oppure una unione di laminato plastico e alluminio, oppure una unione di oro e argento, o di stoffa e cuoio, ci accorgeremmo che è esattamente in questi particolari che vien fuori la maestria o la banalità dei progettisti nel risolvere il problema.

 

L'aver dunque individuato la presenza di queste nuove invarianti, sto adesso parlando di quelle da me individuate  ci permetterà di guardare in modo più attento e molto più rigoroso a tutte le varie soluzioni del problema che siano state individuate in qualsiasi tempo e luogo dai rispettivi progettisti. Nel caso invece di una progettazione ex novo, la consapevolezza della inevitabile “comparsa”, sulla scena del progetto, di queste invarianti ci dice che abbiamo costantemente degli appuntamenti fissi con problemi formali e strutturali  che non dovranno assolutamente essere saltati a piè pari, che non si possono tranquillamente eludere, che è colpevole pratica ignorare, ma che, al contrario, dovranno essere affrontati e risolti senza cadere in soluzioni banali, ovvie, o, addirittura, in non soluzioni. Quest’ultimo caso è il peggiore, perchè, giova ripeterlo, è il tipico caso in cui, quando codesti momenti topici si dovessero appalesare, vengono colpevolmente ignorati. Uno dei lati coinvolgenti di questo mio lavoro fin qui descritto, è che, dopo che questa teoria è nata vivendo l’architettura come mestiere, mi sono reso conto che può essere sperimentata anche nel design, nella pratica letteraria, nella pratica filmica, in ogni campo insomma, dove la creatività sia la protagonista principale. A meno, ovviamente, dei naturali e rispettivi coefficienti.

 

Tornando all’architettura (e alle altre categorie creative come dianzi detto) e alle invarianti, il momento in cui si decidesse di utilizzare questa teoria nella propria progettazione o parlandone agli studenti nascono ovviamente altri due problemi molto interessanti, e molto coinvolgenti. Mi spiego subito. I libri fotografici sull’architettura o  su oggetti di design, nati prima della teoria delle invarianti, nei quali le fotografie degli oggetti erano state scattate senza tener presente l’esistenza delle invarianti, ridurrebbe di molto l’utilità di codesti libri. Va da sè che sarà quindi necessario ri - eseguire fotografie nelle quali le invarianti siano evidenziate in maniera estremamente chiara.

Questa nuova maniera di concepire le fotografie di oggetti architettonici o di design, assumerebbe una straordinaria utilità, specialmente nella didattica dell’architettura e nella storia dell’architettura. Il secondo problema nasce anch’esso  come necessaria conseguenza, nel senso che, se tutte le fotografie delle invarianti di architettura o di design, fossero inserite in un database dedicato, la didattica e la conoscenza avrebbero uno strumento in più. Evidentemente i database delle università e delle Accademie dovrebbero essere tutti compatibili fra loro in modo da poter trasferire foto di invarianti da una banca dati, ad un’altra per aggiornamenti continui.  E’ evidentemente ovvia l’utilità di database del genere.  

Queste due novità strumentali, rifare le foto alla luce delle invarianti e progettare particolari database  dedicati, sarebbero oltre tutto due nuove occasioni di lavoro per le nuove generazioni.    

 

E’ molto importante sapere che Bruno Zevi si augurava che altri architetti potessero aggiungere ulteriori invarianti a quelle che lui aveva direttamente individuato. Come però scriveva lo stesso professor Zevi, le future aggiunte sarebbero state le benvenute a patto che non contraddicessero le precedenti. Mi pare assolutamente corretto dal punto di vista logico.

 

Mentre scrivevo queste note mi è venuta in mente un’altra invariante, allo stato “latente”  della quale però non sono però molto convinto, perchè questa nuova tredicesima eventuale invariante da me individuata non credo che potrebbe essere considerata un’invariante dal punto di vista formale, mentre è certamente una caratteristica invariante, comunque presente nell’architettura moderna.

La chiamerei quindi una caratteristica costante più che una invariante costante. Giova dire che è anche presente allo stato latente nell’architettura classica, ma quello che mi convince ad inserirla fra i momenti invarianti dell’architettura contemporanea è esclusivamente il fattore temporale.

        Va quindi detto che, mentre nell’architettura che parlava latino e greco e nelle architetture precedenti l’uso del cemento armato, questa invariante è comunque presente anche se molto, molto, molto diluita nei secoli, nell’architettura contemporanea, al contrario, si manifesta con virulenza (è la parola più appropriata) addirittura dopo qualche decennio.

Giova il ripeterlo, sto parlando della “deperibilità” del manufatto architettonico nell’architettura contemporanea. L’architettura contemporanea stranamente pare non contemplare l’invecchiamento fra le sue caratteristiche. L’architettura contemporanea ahimè invecchia male e questo fatto la condanna tragicamente. Un precoce invecchiamento dell’architettura contemporanea in questione, è una particolarissima caratteristica quasi mai risolta da moltissimi architetti contemporanei, perché, ancorchè prevedibile, è molto più cruenta e molto più pacchianamente evidente nell’architettura del XX secolo e in quella degli inizi degli anni duemila. A fronte del “naturale” invecchiamento che invece insiste sull’architettura classica.

     Nella pratica architettonica, da sempre, è logico e naturale che tutto invecchi dal punto di vista formale, mentre è molto più difficoltoso a notarsi, e quindi molto meno evidente, il fatto che tutto invecchi dal punto di vista costruttivo.

      L’obsolescenza di una forma o di una struttura è fenomeno ricorrente da sempre, ma questa obsolescenza, ahimè, è molto più percettibile nell’architettura contemporanea. Secondo me quindi L’architettura contemporanea, dal canto suo, invecchia con minore dignità del resto dell’architettura che l’ha preceduta nei secoli. Le cause di questo deperimento fisico/funzionale sono molteplici, proverò inizialmente ad elencarle.

       Al primo posto metterei i materiali. Il calcestruzzo, per esempio, dopo un commensurabile tempo di esistenza, si sgretola in certi punti a causa del ferro entrocontenuto che, non essendo in alcuni punti abbastanza protetto, viene attaccato dagli agenti atmosferici producendo conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi. Il ferro viene anche attaccato da impurità grossolane che spesso si trovano negli inerti.

     E ancora, gli intonaci esterni contemporanei, insieme ai vari tipi di rivestimenti anch’essi esterni, hanno delle componenti che non favoriscono la perfetta respirazione delle murature, esterne ed interne, e producono conseguenze che tutti conosciamo. La scomparsa quasi totale del grassello di calce che è stato sostituito da nuovi prodotti simili ma di origine sintetica è un ulteriore momento/causa di deperibilità. Per non parlare poi dei fenomeni degenerativi di certe campiture di colore dovute all’uso di materiali sintetici che reagiscono molto più rapidamente del normale alla luce naturale, aumentando di molto la loro fotosensibilità.

       Potrei continuare, ma mi fermo qui perché, rileggendo queste brevi note mi sono accorto che quando ho usato la frase “al primo posto metterei i materiali” avrei dovuto molto brutalmente riscrivere la frase medesima in altro modo, e cioè: “Al primo posto metterei l’uso sconsiderato dei materiali e il consumismo dilagante”. Allora si evincerebbe molto meglio la malinconica realtà. L’uomo, e cioè i progettisti, gli esecutori, la committenza sempre meno illuminata, sono i veri artefici di questo innaturale (perché rapido) invecchiamento dell’architettura contemporanea.

       Paul Valery, come diceva Scarpa, ha scritto che l’architettura è nei particolari, ma, ahimè, questa virtuosa affermazione perde di significato il momento in cui arriviamo ai giorni nostri. I particolari costruttivi ben studiati e i particolari di altro ordine, rappresentano generalmente una perdita di tempo preziosissimo per gli attuali addetti ai lavori, siano essi i progettisti, siano essi gli esecutori, ai quali poco interessa la tenuta nel tempo di quanto hanno  eseguito.

       Non è dunque il nuovo che avanza, ma il pressappochismo che avanza; la ricerca paziente del caro Lecorbu è andata in soffitta, per cui diventa pateticamente inimmaginabile trascorrere giorni e giorni alla ricerca di soluzioni costruttive e formali giuste. Tutto il grande patrimonio del procedere per gradi, aumentando conseguentemente l’approfondimento, è scomparso quasi completamente dalla coscienza collettiva degli addetti ai lavori. Mutuando un’affermazione fatta da Baricco, non si va più in profondità, si surfeggia. Chi mi starà leggendo ha certamente presente il tipico impresario che tuona con supponenza contro gli architetti che gli fanno sprecare tempo “prezioso”. Il meccanismo ormai è ben consolidato e ben oliato e quando, come mi auguro caldamente, qualcuno vorrà nei secoli futuri scrivere la storia dell’architettura del novecento e degli inizi del XXI secolo, dedicherà in negativo molte pagine a questo periodo buio dell’architettura  contemporanea e ahimè spesso considerata  anche moderna.

       Dopo aver individuato questa tredicesima latente costante dell’architettura contemporanea che indubbiamente è, al contrario delle altre, una caratterizzazione negativa, sorge prepotentemente il problema del come progettare, tenendo conto delle sette invarianti zeviane e delle mie cinque, cercando contemporaneamente di non incappare nella tredicesima invariante “latente”, quella cioè che riguarda la deperibilità dell’architettura contemporanea.

      E qui si propone il campo sul quale intervenire. E’ banalmente ovvio, ma bisogna intervenire sugli anelli deboli della filiera e cioè sui futuri architetti e sulla mentalità della committenza. Per quanto riguarda gli architetti è possibile intervenire all’interno delle strutture universitarie, per quello che riguarda la committenza l’intervento è molto più difficoltoso ed articolato e va rimandato in/ad altre sedi più acconce. Tralascio quindi la committenza, intesa sia come clienti che come esecutori, e passo tout court all’università, alle accademie, alle scuole di design e a tutte le altre organizzazioni culturali dedicate all’insegnamento e alla progettazione nel campo della forma e della funzione. In queste strutture, secondo me, è ancora possibile, ancorchè molto difficile, riprendere le fila di una cultura troncata, di un nuovo Bauhaus. Dopo aver individuato la latente invariante che si potrebbe aggiungere direttamente a quelle zeviane e alle mie, e cioè la deperibilità, mi sono accorto che fra i due insiemi di invarianti che ho dianzi esposto (le invarianti individuate da Bruno Zevi e quelle individuate da me) si è aperto un canale di comunicazione che permette un interfacciamento che certamente sarà utile nel prossimo futuro. Mi spiego meglio. Quest’interfacciamento, questa collaborazione fra i due sistemi di invarianti, le zeviane e le mie, dovrebbe rendere la “deperibilità” più diluita nel tempo, portando così i tempi di deperimento molto più vicini a quelli più “naturalmente” lenti della cosiddetta architettura classica. Come? Innanzi tutto dedicando propedeuticamente buona parte della didattica dell’architettura all’individuazione delle cinque invarianti da me individuate e alla conseguente ricerca del massimo di soluzioni possibili. Dal punto di vista della didattica, gli esempi che via via si accumuleranno nei database delle soluzioni formali, che saranno aggiornati in continuazione, implementeranno con continuità un certo tipo di casistica che sarà di grande utilità per gli studenti. Contemporaneamente gli studenti studieranno come le mie cinque invarianti possano essere individuate, leggendone le soluzioni, anche quando l’architettura parlava latino e greco. I futuri architetti, dovranno quindi parlare architettura e, contemporaneamente, parlare “di” architettura.

        Aggredire questi due campi contemporaneamente non rappresenta assolutamente la formula della felicità, ma mette gli interessati di fronte a problemi reali, allo studio di interessanti soluzioni nel campo dell’architettura non contemporanea e a ipotesi di lavoro nel campo dell’architettura/progettazione contemporanea. Tutto ciò significherebbe ridare il giusto posto al rigore analitico e a quello propositivo, che negli ultimi decenni è stato sostituito da colpevolissime leggerezza e fiducie varie, leggerezze e fiducie riposte in errate concezioni delle creatività individuali degli studenti, creatività individuali, che, senza leggi, rigore e meccanismi di approccio, non fanno altro che riportare il tutto indietro nel tempo, avvicinandolo a una inesistente e dannosissima forma di presunte “ingenuità e freschezze” compositive, finte ingenuità e finte freschezze che hanno fatto più danni di una guerra.

        Se tutto ciò dovesse accadere, penso che il Bauhaus brutalmente troncato potrebbe riprendere il suo cammino, e che la frattura si potrebbe ricomporre per cui, dal punto di vista della didattica, il cerchio si chiuderebbe. E, sopra ogni cosa, la tredicesima invariante, cioè la rapida deperibilità dell’architettura moderna, assumerebbe tempi più corretti e più naturali, svanendo quindi dolcemente nel “naturale” trascorrere del tempo dell’architettura stessa. L’architettura contemporanea, non ha assolutamente bisogno della eventuale tredicesima invariante.  

 

lunedì 20 luglio 2015

MIO SITO SULLA INVARIANTI IN ARCHITETTURA



Sono molto contento perchè finalmente ho dato una veste informatica alla mia teoria sulle Invarianti nell’architettura. E’ un argomento che mi segue  da parecchi anni e che finalmente vede la luce online. Ho impiegato molto tempo, molti anni e molte mie forze per mettere a punto questa teoria, che adesso funziona benissimo.  Il problema ora è come farla camminare da sola per le vie della cultura architettonica italiana.

Il mio lavoro prende le mosse da un’idea brillantissima che nei primi anni settanta ebbe Bruno Zevi, uno dei pilastri delle cultura architettonica italiana, che era mio professore. Da qualche giorno questo sito è online e devo ringraziare per questo un mio carissimo  amico di lunga data, l’informatico Michele Zavarise della Digisystem, e, tra l’altro,  fisarmonicista jazz di vaglia.

L’indirizzo è facilissimo eccovelo qui: www.franzfalanga.it Mi piacerebbe che con tutti i vostri comodi gli deste un’occhiata e che eventualmente  spediste il link  a qualche vostro amico o amica architetto. Le cose vanno coltivate e seguite, senza mai lasciarle da sole.  franz falanga